La Segretaria Nazionale del SAM, Rina De Lorenzo analizza con estrema chiarezza e lucidità il nostro sistema d'istruzione e auspica una inversione di tendenza. La Corte dei Conti smonta ogni alibi: anni di tagli hanno trasformato la scuola in un sistema precario e sottofinanziato. Continuare così significa spingere verso la privatizzazione e lasciare indietro il Paese. Tagliare la scuola è tagliare il futuro.
DA ZAVORRA A MOTORE: LA SCUOLA CHE VOGLIAMO
La Corte dei conti certifica il fallimento del sistema istruzione: 285.000 precari, 7,3% di PIL per l'istruzione contro il 9,6% europeo, edifici scolastici a rischio sismico e amianto. Occorre un cambio di paradigma: smettere di trattare l'istruzione come una voce di spesa e riconoscerla come leva strategica per la crescita del Paese. Per anni la scuola pubblica italiana è stata trattata come una zavorra da alleggerire. Una voce di bilancio da comprimere, un costo da ottimizzare, un settore su cui si può sempre rimandare. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un sistema che regge, ma su fondamenta sempre più fragili — come ha certificato la Corte dei Conti il 24 giugno 2026 nel Rendiconto generale dello Stato 2025 illustrato nell’Aula delle Sezioni riunite.
Una zavorra che non si forma da sola, ma si costruisce, scelta dopo scelta, manovra dopo manovra, ogni volta che si decide che la scuola può aspettare. È una scelta politica che va contestata e rovesciata perché la scuola pubblica non è la voce di bilancio che frena il Paese, ma la leva che lo mette in moto. Ogni euro investito nell'istruzione genera ritorni economici e sociali moltiplicati per decenni: più produttività, meno disoccupazione, più coesione. I Paesi che competono nell'economia della conoscenza lo sanno mentre l'Italia ha smesso di saperlo. La Corte dei Conti, organo costituzionale di controllo della spesa pubblica, lo ha detto il 24 giugno 2026 con parole che non ammettono interpretazioni rassicuranti: l'istruzione pubblica italiana è «un pilastro dello Stato sociale» e deve tornare a essere «motore di crescita e presidio di coesione ed inclusione sociale». E invece si consolida «la tendenza al definanziamento dell'intero settore». I numeri del Rendiconto 2025 sono la fotografia di un sistema in declino: 285.000 le supplenze annuali
tra docenti e ATA; 7,3% la spesa in istruzione a fronte del 9,6% della media UE; 48.000 i posti vacanti dopo mobilità, non assegnabili.
Questi numeri non provengono da un rapporto sindacale: sono certificati dalla Corte dei Conti il 24 giugno 2026 nel Giudizio di Parificazione sul Rendiconto generale dello Stato 2025. Nel corso del suo intervento il Procuratore generale Pio Silvestri ha parlato esplicitamente di «progressivo definanziamento», «precariato strutturale», «retribuzioni assai poco competitive» e rischio di «privatizzazione sostanziale».
Nella sua requisitoria Il Procuratore generale Pio Silvestri ha dichiarato: "Quello che appare più preoccupante è che pare consolidarsi la tendenza al definanziamento dell'intero settore. Secondo il Rapporto Investing in Education 2025, curato dalla Commissione europea, l'Italia destina all'istruzione solo il 7,3% della spesa pubblica totale, a fronte di una media europea del 9,6%."
Un divario di 2,3 punti percentuali che in valore assoluto corrisponde a miliardi di euro sottratti ogni anno alle nostre scuole rispetto a quanto i partner europei investono nelle loro.
E sul precariato strutturale: "Il precariato nella scuola pubblica non accenna a diminuire; ogni anno viene assegnato un numero assai elevato di supplenze, fenomeno che, senza una più precisa programmazione ad inizio anno scolastico, può alterare, anche in futuro, il livello di sostenibilità finanziaria del settore." Il meccanismo che alimenta il precariato è noto e documentato: posti autorizzati solo fino al 30 giugno, non utilizzabili per le immissioni in ruolo, che producono il licenziamento automatico di migliaia di docenti ogni estate e la loro riassunzione a settembre. Non è una necessità tecnica, ma una scelta politica che conviene al bilancio di breve periodo e che scarica i costi sul personale, sugli studenti e, come avverte la Corte dei Conti, sulla tenuta del sistema nel medio termine.
La Corte dei Conti ha affrontato anche il tema delle retribuzioni del personale della scuola denunciando, analogamente a quanto avviene nel settore sanitario, un livello delle retribuzioni assai poco competitivo.
Privatizzazione è una parola che il Governo non usa mai parlando di scuola, lo fa la Corte dei Conti non come accusa ideologica ma come proiezione di bilancio. Se le risorse pubbliche per l'istruzione continuano a scendere, e siamo già al 7,3% della spesa pubblica totale contro il 9,6% della media europea, il sistema scolastico pubblico si svuota lentamente. Le famiglie che possono, pagano il privato e le famiglie che non possono, restano indietro. La Corte dei Conti ha chiesto un cambio di passo incisivo per riportare la scuola a essere cardine del sistema Paese.
La scuola pubblica non si privatizza, si finanzia, si stabilizza, si valorizza. Chi taglia sull'istruzione taglia il futuro dell'Italia.




Per ridare centralità alla scuola e ripartire in sicurezza. Il manifesto unitario delle OO.SS....










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